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  • : Urban Pvs esperienze urbane in paesi in via di sviluppo Come sono le città nei Paesi del Terzo Mondo? Come sono organizzate? Quali sono le problematiche? Come vengono affrontate? Questo blog vuole essere uno spazio dedicato a quanti si occupano e si interessano dei problemi urbani e sociali nei paesi in via di sviluppo.
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Come sono le città nei Paesi del Terzo Mondo? Come sono organizzate?

Quali sono le problematiche? Come vengono affrontate?
Questo blog vuole essere uno spazio dedicato a quanti si occupano e si interessano dei problemi urbani e sociali nei paesi in via di sviluppo.


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16 marzo 2011 3 16 /03 /marzo /2011 11:50

E’ bello finalmente vedere che da più parti si sta facendo strada un nuovo sentire ( Il "modello" occidentale non funziona ). Sono ancora segnali solo di nicchia e ancora non del tutto decodificati ma che dimostrano che c’è l’esigenza di mettere in discussione questo sistema consumistico che ci sta letteralmente “consumando”.  Per esempio lessi una volta in rete una riflessione sull’insensatezza di avere, ognuno in casa sua, un trapano, comprato in occasione del primo trasloco e poi sistemato in uno scaffale della cantina. Che senso ha riempirci di oggetti che usiamo una volta sola???? Non sarebbe più sensato un sistema di noleggio di tutti quegli oggetti che richiedono un uso sporadico???

 

L’idea lanciata dalla rete mi sembrava interessante, innovativa, così ho tentato di fare una proposta a Ikea, che tra le tante catene mi sembra quella più aperta alle innovazioni (o almeno questa è l’immagine che la stessa vuole comunicare). In realtà mi sono resa conto che nel sito è prevista solo la possibilità di chiedere informazioni circa il prodotto senza dare la possibilità di lasciare messaggi che siano delle “proposte”…

 

La proposta del “trapano in affitto” mi fa ricordare il sistema etiope in cui ovviamente l’avere il trapano conferisce al suo possessore una professionalità e una utilità sociale, per cui il possedere un attrezzo di questo tipo offre delle opportunità lavorative. Tu hai bisogno di fare dei buchi nel muro? Chiami l’”uomo del trapano” e lui si fa pagare a “numero di buchi”.

E’ bello vedere come lentamente ci stiamo avvicinando, più o meno razionalmente, allo stile di vita di quei paesi che pretendevamo di colonizzare (leggi “ a cui pretendevamo di insegnare”). Lo stesso è già successo con il sistema di raccolta dei rifiuti “porta a porta”. Noi lo stiamo scoprendo adesso, loro lo fanno già da tempo. Alla fine quali sono i Paesi in via di Sviluppo, loro o noi?

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24 febbraio 2011 4 24 /02 /febbraio /2011 09:47

Che il modello di vita occidentale non funziona non sono la prima a sostenerlo. In tanti si sono resi conto che "così non va". Troppe ingiustizie, troppa nevrosi, troppe patologie e troppa infelicità. Il modello consumistico del lavorare, "correre", affannarsi per accumulare, acquistare, consumare e gettare non è un modello sostenibile. Ma non solo per le tematiche ambientali, come spesso siamo soliti sentirci dire. Non è un modello "umanamente" sostenibile. Ci distrugge come uomini. Ci impedisce le relazioni (..non c'è tempo). Ci porta dallo psicologo, perchè ci aumenta le insoddisfazioni e le nevrosi.

E' noto che più ha e più vorrebbe avere entrando in un vortice di bisogni difficile da soddisfare e da appagare.

Mi colpì poco tempo fa quando lessi di un'attrice holliwoodiana che desiderava venire a lavorare nel Bel Paese perchè noi abbiamo un altro "ritmo", tempi di vita più lenti, più umani. Mi ha stupito perchè io ritengo che anche i nostri "tempi" sono tutt'altro che sostenibili. Io guardo a Paesi, come quelli africani, per l'equilibrio sano che sono riusciti a conservare (nonostante i nostri "insegnamenti") nella gestione delle tempistiche delle loro vite. Loro, gli africani intendo, hanno un approccio alla vita che noi facciamo fatica a comprendere, spesso. Non voglio qui parlare dei problemi della fame nel mondo e della povertà dei popoli dei Paesi cosiddetti "in via di sviluppo" (questioni note a tutti, almeno superficialmente). Voglio invece provare a descrivere il loro modo di affrontare la vita quotidiana, per quello che le mie brevi e limitate esperienze nelle loro terre, mi hanno dato modo di comprendere.

Se cammini per le strade di Khartoum, ma anche in quelle di Mekelle o di Addis Abeba, devi stare attento a schivare l'immondizia e la sporcizia abbandonata sui marciapiedi, nei parchi, nei letti dei torrenti in secca, ovunque. Perchè non puliscono? Ci vorrebbe tanto poco a tenere pulito... E' questa la prima reazione degli "occidentali".

Per strada incontri tanti ragazzi seduti, apparentemente, senza far nulla. Perchè non si rimboccano le maniche e non iniziano a "darsi da fare"?

Perchè? Non lo so.

Di problemi ne hanno tanti (certo che anche "noi" non ne abbiamo certo pochi!), pero' ho l'impressione (non ho dati in merito) che in quei Paesi gli psicologi lavorino poco (non ho niente di personale contro gli psicologi!).

Credo che la capacità di sapersi accontentare di poco, saper gioire delle piccole cose, la semplicità di cuore... siano aspetti che noi, frenetico e sviluppato popolo occidentale, abbiamo perso. Credo che la vera ricchezza (e il vero sviluppo?) sia racchiusa in questa capacità.

Con soddisfazione e immenso piacere navigando nel web, ma anche sulle pagine patinate, trovo tante e variegate persone che, partendo da differenti esigenze (ambientaliste, economiche, religiose, etiche...), tentano di proporre un ritorno alla semplicità. In questa direzione dovrebbe essere il nuovo libro di Antonio Gualdo "Basta poco" (bello anche il suo sito: http://www.nonsprecare.it/pensieriforti/desiderare-di-meno.html), e anche il sito wikihow.com che teorizza ("how to simplify your life") la semplificazione della propria vita proponendo un manuale ad hoc.

Sicuramente il motore principale che spinge a fare queste riflessioni sullo stile di vita è questa grande crisi economica in cui siamo immersi, ma chissà che non ne esca qualche cosa di buono per tutti ( e non solo per le banche!). Forse abbiamo finalmente capito che "qualità della vita" non significa per forza una vita più facile e più completa di ogni sorta di gadget e di oggetto, ma forse una vita più vera e più piena di valori e di quelle cose che contano.

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21 febbraio 2011 1 21 /02 /febbraio /2011 16:17

A gennaio 2011 si è tenuto il tanto temuto referendum nel Sud Sudan per decidere l’indipendenza o meno di questa parte del Paese, come previsto dall’accordo Naivasha del 2005 tra il governo centrale di Khartoum e il liberation’s Army Sudan People/Movement (SPLA/M). Si temeva una nuova guerra civile. Per fortuna gli scontri sembra siano stati pochi e, nonostante alcuni brogli (alcune schede elettorali probabilmente saranno sospese in 10 delle 79 contee per il superamento del 100% di affluenza alle urne), la schiacciante vittoria dei secessionisti non è messa in discussione.

I risultati pubblicati il 7 febbraio dalla Commissione referendum parlano di 98,83% di voti a favore dell’indipendenza! La data prestabilita per la creazione di uno stato indipendente è il 9 luglio 2011…


Queste sono le informazioni ufficiali, ma cosa si sente in giro in quelle terre?


Referendum nel Sud Sudan e adesso viene il dopo: leggi la bellissima lettera di Enzo Pisani, medico del CUAMM

 

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