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  • : Urban Pvs esperienze urbane in paesi in via di sviluppo Come sono le città nei Paesi del Terzo Mondo? Come sono organizzate? Quali sono le problematiche? Come vengono affrontate? Questo blog vuole essere uno spazio dedicato a quanti si occupano e si interessano dei problemi urbani e sociali nei paesi in via di sviluppo.
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Come sono le città nei Paesi del Terzo Mondo? Come sono organizzate?

Quali sono le problematiche? Come vengono affrontate?
Questo blog vuole essere uno spazio dedicato a quanti si occupano e si interessano dei problemi urbani e sociali nei paesi in via di sviluppo.


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23 luglio 2012 1 23 /07 /luglio /2012 22:50

foto mercato delle erbe di Bamako06 copyUna grande cupola tronca di diametro di base di 10,5 m e alta 6m è la principale piazza del mercato delle erbe.

Tradizionalmente, nel tempo, le piante medicinali in Mali hanno sempre avuto un valore d'uso, ma certamente non hanno mai avuto un valore di scambio. Anche l'attività di terapeuta tradizionale non era una professione, ma un obbligo e un dovere sociale. Con l'urbanizzazione e la monetizzazione, a Bamako e nelle città secondarie delle regioni i trattamenti tradizionali stanno diventando una professione, praticata per lo più dalle cosiddette donne erboriste,  e si è sviluppato quindi un mercato delle piante medicinali. 

La struttura di questo nuovo mercato è veramente interessante. A differenza della maggior parte degli interventi per tipologie speciali (ovvero qualunque attività che possa avere una valenza anche rappresentativa) fatte in Africa che sostengono l’idea di uno stile internazionale, in questo caso l’approccio mira a un recupero di elementi della tradizione, primo fra tutti la materia.

disegni mercato delle erbe di Bamako14 copyLa materia è infatti l’elemento strategico del comporre: il processo che regola l’uso del materiale determina necessità e specificità anche figurative. Il materiale che forma poi la “materia” sono i mattoni di argilla: data l’abbondanza di argilla di ottima qualità, i mattoni sono stati prodotti in sito con due forni artigianali alimentati con pula di riso (sistema di produzione a basso impatto ambientale, con una positiva ricaduta sulla economia locale).

La grande cupola tronca della piazza centrale poggia su 10 cupole più piccole a ogiva. Queste cupole, realizzate con l’ausilio del tradizionale "compasso ligneo", sono a doppia calotta, creando un’intercapedine di ventilazione assicurando un miglior isolamento termico degli ambienti. L’aerazione dell’intercapedine avviene mediante delle bocchette di ventilazione poste alla base del perimetro, delle vere e proprie “feritoie di ventilazione” orientate secondo i venti dominanti.

Il progettista è Fabrizio Caròla, un architetto/costruttore, da trent’anni impegnato a sostenere l’efficacia di un modello costruttivo fondato sul recupero di elementi della tradizione mediterranea con una ostinazione che lo ha portato a trascorrere gran parte della sua vita in Africa.

Con l’agenzia di cooperazione internazionale svizzera, ADAUA, nel 1981 e poi nel 1990, in Mauritania sperimenta il “compasso ligneo”, una tecnica che utilizza nel bellissimo Kaedi Regionale Hospital.

kaedi regional hospital

  • Intervista a Fabrizio Caròla (link)
  • Viaggio studio in Mali, da Bamako ai villaggi Dogon (link) 
  • Costruire in Laterizio n.146 (link)

 

 

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24 marzo 2012 6 24 /03 /marzo /2012 11:07

 Nell’architettura islamica tradizionale le costruzioni non sovrastano mai l’ambiente naturale, mirando all’armonizzazione tra natura e ambiente architettato. L’elemento che maggiormente unisce l’architettura alla natura, in un senso di continuità, è la decorazione (floreale, geometrica e calligrafica), elemento basilare dell’arte islamica in tutte le sue espressioni.

giardino-islamico.png

Il modello del giardino islamico era il giardino quadruplo persiano, il caharbagh: al centro di questo parco-giardino si ergeva un padiglione che riparava un trono; da questa struttura quadrata partivano quattro grandi bacini ortogonali fra loro – simbolo dei quattro fiumi che nella Bibbia e nel Corano escono dal Paradiso Terrestre – che si irradiavano verso i quattro punti cardinali; i quattro spazi così delimitati venivano tagliati da una rete di canali minori che si alternavano ad aiuole fiorite ed alberi da frutto. Da questi canali uscivano le favvâre, getti d’acqua che irrigavano i giardini; il termine arabo fawarah, come quello persiano favvare significano, per l’appunto, sorgente.
La definizione del termine giardino nei paesi islamici è molto complessa e ciò è dovuto al fatto che ci sono tanti Islam per altrettante nazioni e popolazioni le cui culture sono spesso differenti, se non estranee.
Firdaws e bustân sono, ad esempio, due parole di origine persiana; la prima significa contemporaneamente giardino e paradiso, inteso come una struttura chiusa e quadripartita con al centro una vasca o una fontana. Bustân è invece una parola formata da bu, odore o profumo e stan, luogo, indica, quindi, un luogo profumato dove venivano coltivate erbe aromatiche e fiori.


Nel Corano, il giardino viene descritto come metafora sensuale del Paradiso ed infatti, i due termini, vengono definiti con lo stesso termine, jinna che identifica il luogo delle delizie e più in generale tutto ciò che si contrappone al deserto. Il termine arabo al-sahra – il deserto – esprime, infatti, un concetto negativo, una mancanza, come la cecità, e più in generale un difetto dei sensi; si contrappone al jinna, ovvero la vegetazione opposta al deserto, il giardino-oasi metafora del paradiso coranico che Allah regalò ai suoi fedeli per deliziarli esteticamente, nel quale l’uomo saggio si adagerà su morbidi cuscini e trarrà piacere dallo scorrere di fresche acque:

Nelle oasi, dalle abitazioni alle coltivazioni, al più semplice manufatto, ogni realizzazione risulta satura e densa di significarti, portatrice di un messaggio complesso ed elaborato. […] Tutta la vita dell’oasi ruota intorno all’agricoltura strutturata in minuscole parcelle accuratamente organizzate e coltivate come le aiuole di un giardino.
Il campo è infatti chiamato jenna, cioè giardino-paradiso. Il termine, proprio come in greco chórtos e ortós, in latino hortus conclusus e in persiano pairidaeza – da cui deriva il nostro paradiso –, ha il significato di spazio delimitato, di ortogonalità, di giardino produttivo e luogo edenico. Il termine italiano giardino deriva dalla radice indoeuropea gher, da cui hanno origine anche il tedesco garten e e l’inglese garden, che hanno lo stesso significato di rinchiudere,
proteggere e lavorare. La concezione del giardino-paradiso è comune al pensiero islamico e all’antichità classica che sincretizza idee proprie alle arcaiche civiltà orientali e agli antichi egizi.

 

Nel giardino islamico è reinterpretato l’antico simbolismo dei quattro elementi: il fuoco, l’aria, l’acqua e la terra. La Bibbia, nella Genesi, cita un giardino che si divide in quattro rami, così come nell’iconografia buddista viene utilizzata la rappresentazione di un fiume che si dirama in quattro parti, simboleggiando fertilità ed eternità. Già nell’antica Persia, dove nasce e prende forma il giardino islamico, la suddivisione del mondo era in quattro parti. Ne è esempio il giardino di Pasargades, voluto da Ciro, nella metà del VI sec. a.C., percorso da canali delimitati da aiuole con essenze profumate.

 

La tipologia del giardino islamico, delimitato da uno spazio chiuso con l’acqua che scorre fino al suo centro, si ritrova sia nelle abitazioni private che nelle moschee, nei caravanserragli, nelle madrase e nei bazar.
Anche in Europa furono realizzati giardini islamici, a partire dall’VII secolo. Ne sono un esempio i giardini della Spagna da Siviglia a Cordoba, fino a Granada.

 

Ma veniamo al simbolo. Nel Corano il giardino è metafora del paradiso, luogo di delizia; luogo di riparo da ogni timore. Dio ama la bellezza, ed il giardino è una forma d’arte per esprimere la bellezza e fare, in questo modo, qualcosa di gradito a Dio.

Seguendo Laleh Bakhtiar, vediamo di cogliere i simboli precipui nel Sufismo. Il giardino e la corte sono due simboli importanti che riguardano la concezione del paradiso. La costruzione architettonica del giardino rappresenta un màndala, i cui elementi, acqua e natura (le piante gli alberi), si rimandano a vicenda. La fontana, al centro del giardino (centro spirituale), con le sue onde concentriche, evoca il ciclo di espansione e contrazione della coscienza (ciò che l’iniziato prova sulla Via, sottoposto ai getti illuminanti dell’insegnamento. Ma non solo, lo stesso atto di creazione di Dio è un atto di “espansione e contrazione” lungo il versante del tempo).
Al giardino si accede da quattro ingressi: i quattro punti cardinali. Il perimetro, quadrato, ricorda il mondo fenomenico. Quindi il giardino è simbolicamente delimitato da uno spazio che, valicato, conduce all’intimità spirituale, al paradiso interiore.

 

L’armonia della casa tradizionale islamica fa dello spazio un simbolo sovrapponibile al bisogno spirituale dell’uomo. Nell’uomo il corpo racchiude l’anima che contiene lo spirito. Allo stesso modo, la casa racchiude luoghi nei luoghi, il cui centro è il giardino. La corte, chiusa dalle mura, costituisce il luogo (makân) sacro. «L’interazione della forma e della superficie devono creare un ambiente sereno, vuotato dalle tensioni» e pronto alla meditazione e alla discesa nel Sé. Le mura della corte formano un cubo che costituisce una forma perfetta, simbolo della stabilità dell’uomo e del paradiso terrestre. Nel cubo l’orizzontalità si collega alla verticalità, così l’uomo, in accordo con queste dimensioni, riassume la totalità del cosmo. Dunque, il giardino e la corte rappresentano, uno il piano trascendentale, l’altro quello simbolico-fenomenico.
Ecco perché, in definitiva, nella cultura islamica, dal Maghreb all’Iran, dall’Uzbekistan fino all’India musulmana, fu data grande importanza alla concezione del giardino, della corte e degli altri luoghi abitativi. La loro armonia ricordava al musulmano che il mondo terreno era creazione riflessa del mondo spirituale, e che la sua stessa presenza era simbolo di quella spirituale, presso cui è la vita reale e autentica dell’essere umano.
Dunque, la bellezza, la cura e l’attenzione dedicata alla costruzione, all’ordinamento ritmico degli ambienti, costituiva il superamento stesso del mondo e della realtà fenomenica, nello sforzo degli architetti e pensatori sufi di assimilare il simbolo, quale mezzo per il superamento del mondo transitorio nella dimensione archetipica.

  linkRiflessioni sul Sufismo di Aldo Strisciullo (2009)

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18 agosto 2011 4 18 /08 /agosto /2011 14:07

Nella prima fase della colonizzazione, che va dal 1889 all’inizio del Novecento, Asmara non si configura ancora come una città, in quanto è essenzialmente un insieme di edifici sparsi e vari nuclei abitativi. La capitale dell’Eritrea è solo la sede burocratica della colonia, anche se dal 1890 sorgono i primi edifici di tipo occidentale che hanno l’aspetto di villini e sono adibiti ad uffici del comando militare. Questi villini si trovano ad ovest del villaggio eritreo, nel luogo dove, all’inizio del secolo, verranno creati i giardini del Palazzo del governatore. Dall’inizio del Novecento, però, prende l’avvio un vero sviluppo edilizio e prende corpo il tentativo di far abbandonare ad Asmara l’aspetto di villaggio, per darle un’immagine di capitale.

  A partire dagli anni Venti, Asmara avvia il suo processo di mutamento in città «italiana». La ricerca di un modello residenziale adatto alle colonie è legata alle informazioni che arrivano dall’Italia, attraverso i nuovi residenti o i cronisti che giungono a visitare la città. Così, quasi improvvisamente, la questione dello «stile» della casa in colonia viene affrontata anche ad Asmara. Molti degli esempi caratterizzanti le architetture di questa fase edilizia si trovano fra le tipiche ville e villette asmarine dall’aspetto pittoresco, talvolta dall’impianto rinascimentale, ma adornate da torrette, aperture a bifore o trifore e colonne corinzie.

Il 9 maggio Mussolini proclama la nascita dell’impero: l’Eritrea, e in particolare Asmara, ricevono un interessamento economico ed edilizio da parte delle istituzioni italiane, ma è bene ricordare che a usufruire di questo sviluppo sono soprattutto gli italiani. Infatti, vige uno stato di segregazione che si ripercuote anche sull’urbanistica e sull’architettura. La città continua ad essere divisa in tre zone: europea, mista e per indigeni.

Nel giro di tre anni la zona europea raddoppia la sua estensione allargandosi verso sud. Ciò che più meraviglia è sia la velocità di queste operazioni, sia il modo e lo stile scelto per la «nuova Asmara», poiché, abbandonate quasi totalmente le facciate rosso mattone, si ridisegna una città dalle linee semplici e razionali in totale affinità con lo spirito del tempo. Il razionalismo, che non riesce ad imporsi in Italia come architettura di Stato, trova nelle colonie la possibilità di esprimersi più liberamente. Esso viene esportato insieme ad un’idea di latinità che trova origine nelle colonie del Mediterraneo. La definizione di uno

stile coloniale è così dominata dalla ricerca di quello che viene definito «spirito mediterraneo». Questa è la proposta italiana per un’architettura moderna che ha anche come scopo la conquista di una nuova supremazia dell’Italia nel panorama internazionale

Nelle nuove abitazioni, rispetto alle ville costruite prima del 1936, il tetto a falde è sostituito da un tetto piano spesso a terrazza, mentre i mattoni a facciavista dei prospetti sono sostituiti da pareti intonacate. È introdotto l’uso di pilotis, porticati e superfici curve, talvolta c’è anche un tentativo di introdurre finestre a nastro. Mentre in Italia ci si interroga su come dovesse essere rappresentata un’architettura fascista e moderna e il dibattito rimbalza dalle pagine delle riviste alle mostre d’arte e d’architettura, ad Asmara si costruisce. La lontananza della colonia sembra essere in questo caso un fattore positivo, almeno per quanto riguarda la velocità e la quantità delle opere realizzate, poiché non esiste un reale controllo da parte dell’Italia.

link

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2 luglio 2011 6 02 /07 /luglio /2011 12:02

TANEKA BERI

La Fondazione Benetton Studi e Ricerche ha decretato il vincitore del Premio Internazionale Carlo Scarpa per il GIARDINO, XXII edizione:

IL VILLAGGIO TANEKA BERI, nel Benin nord occidentale, in Africa sub-sahariana.

Il villaggio è stato scelto in quanto "luogo che contenga patrimoni di memoria e natura di particolare densità".

 

link: link

 

Il villaggio è composto da un migliaio di piccoli manufatti, stanze, granai, costruzioni di uso diverso, per lo più a pianta circolare e a tetto conico, con un diametro di due o più metri, aggregati in insiemi di dieci, dodici unità, intorno ad un cortile multifunzionale.

Ognuno di essi da forma ad un complesso abitativo, nel quale vive una famiglia allargata, appartenente al popolo Tangha, "grandi guerrieri", chiamato anche popolo Taneka, "quelli delle pietre".

Nell'articolazione del villaggio sono stati identificati i luoghi del sacro, gli altari, le sepolture, gli spazi di danza rituale, segnalati da pietre e grandi alberi. I modi dell'insediarsi in un rapporto simbotico con la natura, l'invenzione della libertà e di una struttura particolare della società hanno consolidato un comune senso di appartenenza, che non è esclusione, ma senso di comunità coesa e stabile.

(articolo di Roberto Gamba, tratto da "Costruire in laterizio" n.141/2011)

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31 marzo 2011 4 31 /03 /marzo /2011 14:24

Il vecchio Structure Plan di Mekelle (che, appena terminato è stato soppiantato da un nuovo piano), in Etiopia, prevedeva una grande espansione del territorio urbano mediante tante aree a mixed use da realizzarsi in fasi differenti. Uno dei primi ampliamenti era previsto nella zona ovest di Mekelle, dove si trova Adi Shumduhun. Il piano di lottizzazione dell’area era stato preparato per soddisfare le esigenze abitative previste per l’anno 1998 E.C. (2005 nel calendario internazionale) ed era il prototipo di mix residenziale proposto dallo structure plan: diverse tipologie di lotti sono state assemblate per creare spazi verdi comuni applicando un modello di housing solidale.

Il modello studiato dal piano è un isolato che potremmo chiamare “redistributivo” o “sostenibile” in quanto pensato in modo da “sfruttare” la fornitura dei servizi pagati dai proprietari dei lotti maggiori, generalmente abbienti, per servire anche le case a basso costo destinate alla popolazione meno facoltosa.  

housing-typologies.jpg

Sulle strade secondarie, meno trafficate, si affacciano gli appezzamenti più grandi; sulle vie principali sono previsti differenti tipologie con aree parcheggio; mentre all’interno dell’isolato si crea un’area pedonale in cui prendono posto le case a basso costo con la tipologia a patio che si affaccia su zone verdi e spazi comuni nei quali sono collocati i servizi igienici e la fontana pubblica. Lo standard considerato per la fornitura di servizi per le case a basso costo sono stati:

- una fontana di acqua potabile e uno spazio per lavarsi ogni 50 persone;

- un servizio igienico ogni 25 persone;

- un contenitore dei rifiuti ogni 100 persone.

Il modello è senza dubbio interessante perché, sulla carta, sembra coniugare le esigenze di ottimizzazione delle risorse amministrative di fornitura dei servizi e di uso del suolo con quelle etiche di integrazione sociale.

Guardando attentamente il modello proposto risulta però evidente uno squilibrio fra la quantità di alloggi previsti per la classe medio alta e quelli per la popolazione a basso reddito che, come è noto, sono la stragrande maggioranza. Ancora una volta sono stati proposti standard che non tengono conto dei reali modi di abitare e delle reali condizioni degli abitanti. Predisporre che la maggior parte della offerta abitativa avvenga nella modalità del condominio significa dimenticare che ben pochi sono coloro che usano cucine a gas, mentre la maggior parte usa ancora la legna e solo alcuni il kerosene, e che quasi tutti hanno la necessità di tenere animali almeno nel periodo che precede le festività.

  link

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6 dicembre 2009 7 06 /12 /dicembre /2009 13:05

L’isola di Tuti si trova dove il Nilo Blu e il Nilo Bianco si congiungono nella loro corsa verso l’Egitto. Fino a pochi mesi fa l’unico modo per raggiungere questo luogo era tramite le barche che collegano la riva meridionale con Khartoum Centro; recentemente è stato costruito un ponte in corrispondenza delle rotte dei traghetti.

L’isola è un’area molto fertile perché durante la stagione delle piogge viene coperta per metà dalle acque del fiume, per questo si trovano molti terreni coltivati. I campi e le fattorie sono interrotti da una rete di strade polverose in terra battuta che conducono all’insediamento collocato nella parte centrale dell’isola. La rete stradale isolana, non pensata per l’automobile, presenta strade molto strette che non sempre hanno un andamento regolare. Su queste strade si affacciano i negozi e i muri perimetrali dei cortili residenziali. Gli edifici, in mattoni crudi, hanno uno o due piani fuori terra e sono del tipo tradizionale, con il corpo di fabbrica addossato ad un muro perimetrale ed un ampio cortile.


Nelle aree periferiche dell’isola, quelle che generalmente vengono inondate e che sono quindi coltivate, gli edifici che si trovano rispecchiano la precarietà della loro localizzazione: spesso sono delle semplici capanne realizzate con foglie di palma.

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2 novembre 2009 1 02 /11 /novembre /2009 14:42

Gli edifici di Khartoum sono quanto mai variegati. Nelle aree centrali si trovano costruzioni molto alte e imponenti: come tutte le grandi capitali dei paesi in via di sviluppo anche Khartoum non è rimasta indifferente al fascino degli edifici hi-tech e fuori scala che, ospitando alberghi di lusso ed edifici direzionali, diventano i nuovi Landmark urbani. Anche le abitazioni cittadine sono di diversa tipologia e di differente stile architettonico.

Diverso è invece il caso delle dimore che si trovano nelle estreme frange urbane, nelle zone confinanti con le aree quasi desertiche che circondano la città. Molti sono infatti gli elementi comuni che caratterizzano le abitazioni più semplici e tradizionali.



I lotti sono generalmente di forma rettangolare delimitati da alti muri (circa 2,5 – 3 metri) di recinzione in mattoni crudi cotti al sole rivestiti da un intonaco grezzo. All’interno l’unità abitativa vera e propria, sempre di un solo piano, occupa una minima parte del lotto. Sono generalmente poche stanze, anche solo un paio, addossate su un lato del muro di recinzione, costruite con mattoni crudi e aventi una copertura piana. Il coperto ha una pendenza quasi impercettibile e presenta dei canali di scolo al suo estradosso: evidentemente non viene utilizzato per l’accumulo dell’acqua piovana.



Oltre all’unità abitativa si trovano diversi tipi di strutture per ripararsi dal sole. Spesso sono delle semplici tende in tessuto chiaro ancorate sulla sommità di pali in legno, altre volte sono delle vere e proprie strutture metalliche. Il cortile è senza dubbio l’elemento principale. Raramente pavimentato, durante la notte questo spazio diventa anche “camera da letto” in quanto per cercare un po’ di refrigerio gli abitanti durante il tramonto spostano all’esterno i loro giacigli. Anche per questo motivo nelle abitazioni in cui l’aria condizionata è assente, come quelle di cui si sta raccontando, ai letti moderni in gomma piuma vengono preferiti le brande tradizionali fatte con una struttura in legno e una “rete” di corde che permette una migliore ventilazione.

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