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  • : Urban Pvs esperienze urbane in paesi in via di sviluppo Come sono le città nei Paesi del Terzo Mondo? Come sono organizzate? Quali sono le problematiche? Come vengono affrontate? Questo blog vuole essere uno spazio dedicato a quanti si occupano e si interessano dei problemi urbani e sociali nei paesi in via di sviluppo.
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Come sono le città nei Paesi del Terzo Mondo? Come sono organizzate?

Quali sono le problematiche? Come vengono affrontate?
Questo blog vuole essere uno spazio dedicato a quanti si occupano e si interessano dei problemi urbani e sociali nei paesi in via di sviluppo.


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24 marzo 2012 6 24 /03 /marzo /2012 11:07

 Nell’architettura islamica tradizionale le costruzioni non sovrastano mai l’ambiente naturale, mirando all’armonizzazione tra natura e ambiente architettato. L’elemento che maggiormente unisce l’architettura alla natura, in un senso di continuità, è la decorazione (floreale, geometrica e calligrafica), elemento basilare dell’arte islamica in tutte le sue espressioni.

giardino-islamico.png

Il modello del giardino islamico era il giardino quadruplo persiano, il caharbagh: al centro di questo parco-giardino si ergeva un padiglione che riparava un trono; da questa struttura quadrata partivano quattro grandi bacini ortogonali fra loro – simbolo dei quattro fiumi che nella Bibbia e nel Corano escono dal Paradiso Terrestre – che si irradiavano verso i quattro punti cardinali; i quattro spazi così delimitati venivano tagliati da una rete di canali minori che si alternavano ad aiuole fiorite ed alberi da frutto. Da questi canali uscivano le favvâre, getti d’acqua che irrigavano i giardini; il termine arabo fawarah, come quello persiano favvare significano, per l’appunto, sorgente.
La definizione del termine giardino nei paesi islamici è molto complessa e ciò è dovuto al fatto che ci sono tanti Islam per altrettante nazioni e popolazioni le cui culture sono spesso differenti, se non estranee.
Firdaws e bustân sono, ad esempio, due parole di origine persiana; la prima significa contemporaneamente giardino e paradiso, inteso come una struttura chiusa e quadripartita con al centro una vasca o una fontana. Bustân è invece una parola formata da bu, odore o profumo e stan, luogo, indica, quindi, un luogo profumato dove venivano coltivate erbe aromatiche e fiori.


Nel Corano, il giardino viene descritto come metafora sensuale del Paradiso ed infatti, i due termini, vengono definiti con lo stesso termine, jinna che identifica il luogo delle delizie e più in generale tutto ciò che si contrappone al deserto. Il termine arabo al-sahra – il deserto – esprime, infatti, un concetto negativo, una mancanza, come la cecità, e più in generale un difetto dei sensi; si contrappone al jinna, ovvero la vegetazione opposta al deserto, il giardino-oasi metafora del paradiso coranico che Allah regalò ai suoi fedeli per deliziarli esteticamente, nel quale l’uomo saggio si adagerà su morbidi cuscini e trarrà piacere dallo scorrere di fresche acque:

Nelle oasi, dalle abitazioni alle coltivazioni, al più semplice manufatto, ogni realizzazione risulta satura e densa di significarti, portatrice di un messaggio complesso ed elaborato. […] Tutta la vita dell’oasi ruota intorno all’agricoltura strutturata in minuscole parcelle accuratamente organizzate e coltivate come le aiuole di un giardino.
Il campo è infatti chiamato jenna, cioè giardino-paradiso. Il termine, proprio come in greco chórtos e ortós, in latino hortus conclusus e in persiano pairidaeza – da cui deriva il nostro paradiso –, ha il significato di spazio delimitato, di ortogonalità, di giardino produttivo e luogo edenico. Il termine italiano giardino deriva dalla radice indoeuropea gher, da cui hanno origine anche il tedesco garten e e l’inglese garden, che hanno lo stesso significato di rinchiudere,
proteggere e lavorare. La concezione del giardino-paradiso è comune al pensiero islamico e all’antichità classica che sincretizza idee proprie alle arcaiche civiltà orientali e agli antichi egizi.

 

Nel giardino islamico è reinterpretato l’antico simbolismo dei quattro elementi: il fuoco, l’aria, l’acqua e la terra. La Bibbia, nella Genesi, cita un giardino che si divide in quattro rami, così come nell’iconografia buddista viene utilizzata la rappresentazione di un fiume che si dirama in quattro parti, simboleggiando fertilità ed eternità. Già nell’antica Persia, dove nasce e prende forma il giardino islamico, la suddivisione del mondo era in quattro parti. Ne è esempio il giardino di Pasargades, voluto da Ciro, nella metà del VI sec. a.C., percorso da canali delimitati da aiuole con essenze profumate.

 

La tipologia del giardino islamico, delimitato da uno spazio chiuso con l’acqua che scorre fino al suo centro, si ritrova sia nelle abitazioni private che nelle moschee, nei caravanserragli, nelle madrase e nei bazar.
Anche in Europa furono realizzati giardini islamici, a partire dall’VII secolo. Ne sono un esempio i giardini della Spagna da Siviglia a Cordoba, fino a Granada.

 

Ma veniamo al simbolo. Nel Corano il giardino è metafora del paradiso, luogo di delizia; luogo di riparo da ogni timore. Dio ama la bellezza, ed il giardino è una forma d’arte per esprimere la bellezza e fare, in questo modo, qualcosa di gradito a Dio.

Seguendo Laleh Bakhtiar, vediamo di cogliere i simboli precipui nel Sufismo. Il giardino e la corte sono due simboli importanti che riguardano la concezione del paradiso. La costruzione architettonica del giardino rappresenta un màndala, i cui elementi, acqua e natura (le piante gli alberi), si rimandano a vicenda. La fontana, al centro del giardino (centro spirituale), con le sue onde concentriche, evoca il ciclo di espansione e contrazione della coscienza (ciò che l’iniziato prova sulla Via, sottoposto ai getti illuminanti dell’insegnamento. Ma non solo, lo stesso atto di creazione di Dio è un atto di “espansione e contrazione” lungo il versante del tempo).
Al giardino si accede da quattro ingressi: i quattro punti cardinali. Il perimetro, quadrato, ricorda il mondo fenomenico. Quindi il giardino è simbolicamente delimitato da uno spazio che, valicato, conduce all’intimità spirituale, al paradiso interiore.

 

L’armonia della casa tradizionale islamica fa dello spazio un simbolo sovrapponibile al bisogno spirituale dell’uomo. Nell’uomo il corpo racchiude l’anima che contiene lo spirito. Allo stesso modo, la casa racchiude luoghi nei luoghi, il cui centro è il giardino. La corte, chiusa dalle mura, costituisce il luogo (makân) sacro. «L’interazione della forma e della superficie devono creare un ambiente sereno, vuotato dalle tensioni» e pronto alla meditazione e alla discesa nel Sé. Le mura della corte formano un cubo che costituisce una forma perfetta, simbolo della stabilità dell’uomo e del paradiso terrestre. Nel cubo l’orizzontalità si collega alla verticalità, così l’uomo, in accordo con queste dimensioni, riassume la totalità del cosmo. Dunque, il giardino e la corte rappresentano, uno il piano trascendentale, l’altro quello simbolico-fenomenico.
Ecco perché, in definitiva, nella cultura islamica, dal Maghreb all’Iran, dall’Uzbekistan fino all’India musulmana, fu data grande importanza alla concezione del giardino, della corte e degli altri luoghi abitativi. La loro armonia ricordava al musulmano che il mondo terreno era creazione riflessa del mondo spirituale, e che la sua stessa presenza era simbolo di quella spirituale, presso cui è la vita reale e autentica dell’essere umano.
Dunque, la bellezza, la cura e l’attenzione dedicata alla costruzione, all’ordinamento ritmico degli ambienti, costituiva il superamento stesso del mondo e della realtà fenomenica, nello sforzo degli architetti e pensatori sufi di assimilare il simbolo, quale mezzo per il superamento del mondo transitorio nella dimensione archetipica.

  linkRiflessioni sul Sufismo di Aldo Strisciullo (2009)

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